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Raccontare l'educazione. «Vedo che lei ha buon cuore»

del 07 settembre 2018

Avrò letto I Promessi Sposi una decina di volte. Ogni volta, in ogni capitolo, trovo qualcosa di nuovo, una sfumatura che non avevo visto...

 

A volte basta andare in classe con la propria umanità. E tutto diventa occasione per raccontare il cuore dell'uomo.

«Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! Eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita»
(I Promessi Sposi, cap. XXIII)

Non esagero. Avrò letto I Promessi Sposi una decina di volte. Un paio da studentessa, le altre da insegnante che aiuta gli allievi ad entrare nel testo, a incontrare i personaggi, a confrontarsi con le loro storie, il loro modo di vedere la vita. A lasciarsi interrogare da Manzoni che – come scrisse – si proponeva «il vero per soggetto, l’utile per iscopo, l’interessante per mezzo».

Ho letto più volte il romanzo, dalla prima all’ultima pagina e ogni volta, in ogni capitolo, trovo qualcosa di nuovo. Scopro in una scena, in una frase, talvolta anche solo in un aggettivo, una sfumatura che non avevo visto.
Hanno il potere di uscire dalla carta, le parole della letteratura, e diventano, se lo vuoi, agganci al presente e spunti di riflessioni per la vita. E’ capitato anche questa volta.

Arrivo ai capitoli XX e XXI e sono tra le pagine che più mi appassionano, quelle dedicate all’Innominato. Leggo e mi soffermo sulla descrizione del «castellaccio», sul rapimento di Lucia, sullo scompiglio nell’animo duro, «corazzato del Nibbio», sui turbamenti dell’Innominato prima e dopo l’incontro con Lucia. Di solito è quando, al capitolo XXIII incontra Federigo Borromeo, che mi fermo a riflettere con i ragazzi sull’abbraccio misericordioso di Cristo che passa attraverso l’abbraccio del cardinale. Questa volta mi sono fermata prima, al capitolo XXI. Lucia, prigioniera nel castello, è raggomitolata in un cantuccio «col viso nascosto tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta». L’Innominato sente un’inquietudine strana, vorrebbe liberarsi al più presto di quella giovane per cui, durante le quattro ore di tragitto in carrozza dopo il rapimento, il Nibbio avrebbe avuto piacere «che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso» perché gli aveva fatto «troppa compassione».

Lucia è spaventata, piange, trema. In ginocchio lo implora di non ammazzarla. E’ qui che la prigioniera dice «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Ma è qualche riga più avanti, che mi fermo: quando l’Innominato la esorta a farsi coraggio «con una dolcezza che fece strasecolar la vecchia».
«Vedo che lei ha buon cuore», dice la giovane, «e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei lo volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e invece mi ha… un po’ allargato il cuore». E’ questo il particolare che non avevo approfondito le volte precedenti. E’ questo: lo sguardo di Lucia oltre i delitti, oltre tutto il male compiuto, oltre il peccato. «Vedo…». Occhi che varcano il limite umano, la scorza, e intravedono l’essenza, che è bene, perché è sigillo di Dio nel cuore di ogni uomo. Impronta Sua.

E’ lì che senza esplicitarlo nemmeno a se stesso l’Innominato intuisce (forse… certo è un messaggio per noi) che non tutto è perduto. E’ lì che capiamo che nessun essere umano è determinato per sempre dal male compiuto. Nemmeno Lucia è consapevole di ciò che sta accadendo. Non è una strategia, la sua: un piano per blandire il suo carnefice, per farla franca. Lucia sa di essere vittima di un’ingiustizia, ma non è vittima del pre-giudizio sulle creature di Dio e su cui Dio ha scommesso, fino a dare la vita. Lucia ha lo sguardo della fede e guarda come è guardata: questo ha imparato da sua madre, da frate Cristoforo, da Renzo, da chi le vuol bene. Sguardi d’amore che rimandano allo sguardo che Cristo posa su di noi vedendoci come eravamo nella mente di Dio, come dovremmo essere. Con questi occhi Lucia guarda il mondo, e le persone.
E chi vuoi che l’avesse mai guardato, così, il tiranno dei tiranni, il peggiore dei delinquenti di tutta la zona: quello che nessuno voleva/poteva nemmeno chiamare per nome? Non i suoi nemici, non chi lo temeva, non i suoi sottoposti, non la giustizia. Sua madre, forse. Ma di lei non si parla. Quando Manzoni ci presenta il protagonista di questi capitoli, lui ha sessant’anni. E non c’è dolcezza, né tenerezza, tra quelle mura. Non misericordia, nei rapporti di forza raccontati in queste pagine.

Lucia, in quello sguardo, è luce che illumina il buio della percezione che l’Innominato ha di sé: baratro senza fine, nero, da cui pare impossibile risalire, per l’addensarsi sempre più pesante dei delitti che sono macigni nel cuore. E così, prima che nell’abbraccio del cardinale Federigo, che lascia le novantanove pecorelle al sicuro sul monte perché vuole stare con quella smarrita, è qui, in questa scena, in questo sguardo, che l’Innominato sperimenta la misericordia vera, quella divina, che viene prima del perdono dei peccati, perché è l’amore originario. Passa attraverso una giovane senza potere, senza ricchezze, senza coraggio, senza cultura. Lei, sceglie Dio come strumento della Provvidenza, per ricordare all’Innominato che ha «un buon cuore», e che da quella favilla di bene si può ripartire. Passa attraverso uno sguardo, la sua rinascita.
Può passare attraverso ognuno di noi, che è segno di Lui.

 

Luisella Saro

https://www.culturacattolica.it

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