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La religione è un ostacolo per il dialogo?

del 24 settembre 2018

Quando si parla di dialogo tra culture, si tende spesso a evitare l’argomento religioso: non si parla della propria religione, per “rispetto”, non si parla di quella altrui, per “quieto vivere”...

 

Nel dibattito sull’integrazione, spesso la religione è considerata come un ostacolo, per via delle derive integraliste che in alcuni casi portano a scontri e rifiuti di certi aspetti e modi di vivere della cultura di arrivo da parte del migrante. Quando si parla di dialogo tra culture, quindi, si tende spesso a evitare l’argomento religiosonon si parla della propria religione, per “rispetto”, non si parla di quella altrui, per “quieto vivere”.

Eppure è necessario ragionare su quanto le pratiche religiose vengano condizionate fortemente dal nuovo ambiente in cui il migrante si trova ad abitare e lavorare: se nei Paesi arabi il mese di Ramadan è una questione pubblica e politica ed è caratterizzato da un rallentamento delle attività lavorative e da un cambiamento radicale dello stile di vita, fare Ramadan in un Paese occidentale che ha perso anche la tradizione del “venerdì magro” richiede sicuramente uno sforzo maggiore e apre una profonda riflessione sulle motivazioni profonde, spirituali e personali dell’adesione al digiuno e in generale alla fede religiosa che in molti casi era inizialmente solo una trasmissione culturale. Questo è solo un esempio riguardante l’islam, ma lo stesso schema può ripetersi per qualsiasi altra religione, compreso il cristianesimo.

La religione appare quindi come carattere identitario che risalta enormemente nel momento in cui avviene l’immersione del credente in un mondo caratterizzato da altre religioni o da un laicismo preponderante.

Può causare una chiusura ghettizzante nella comunità di migranti o il rifiuto delle proprie origini, oppure diventare una delle grandi risorse (se non addirittura la più importante) per l’integrazione e l’incontro interculturale, nonché il punto di partenza di una riflessione personale per la rielaborazione dell’identità culturale del migrante. Questo perché religione e identità culturale sono intrinsecamente collegate.

Edward Burnett Tylor, antropologo britannico considerato il padre dell’antropologia moderna, dà la prima definizione sistematica del concetto di cultura estendendolo completamente: “Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.

Si tratta di un’insieme complesso, che include cioè tutti gli aspetti della vita di una persona e che quindi costituisce senza dubbio una buona parte del processo di costruzione identitaria. La cultura riguarda non soltanto una società o un determinato territorio, ma nello specifico ogni singolo individuo, che si ritrova a costruire la propria identità anche con un forte condizionamento da parte degli aspetti culturali, in un processo che in antropologia è chiamato “inculturazione”.

Secondo una ricerca sulle seconde generazioni in Italia e l’identità culturale condotta dalla Fondazione Andolfi, il 56% dei ragazzi intervistati (per la maggior parte adolescenti di religione musulmana) mantiene i contatti con il Paese di origine e condivide lo stile di vita e i valori della propria famiglia, ma allo stesso tempo un’altra grossa percentuale (il 79%) afferma di sentirsi vicina allo stile di vita italiano.

È qui che entra in gioco l’aspetto religioso, che sicuramente costituisce un fattore importante nella scelta, da parte dei giovani, anche dello stile di vita e delle scelte a cui aderire. Osservando i comportamenti religiosi di alcuni giovani musulmani di seconda generazione si può notare quanto sia variegata la gamma di rielaborazioni della propria identità culturale e religiosa, che deve fare i conti con la fede trasmessa dalla famiglia e con il contesto sociale.

Per quanto riguarda ad esempio i musulmani che vivono in Italia, i quali sono per la stragrande maggioranza immigrati o appartenenti alle “seconde generazioni”, la religione costituisce un elemento che non può essere sottovalutato o minimizzato, nel momento in cui si parla di costruzione dell’identità e di integrazione nel nuovo contesto culturale.

Innanzitutto perché l’Islam si presenta come una religione che interessa la vita del credente in modo integrale – sulla base, ad esempio, della separazione tra haram e halal (illecito e lecito) di ogni comportamento, uso, abitudine culturale ed etica -, ma anche perché oggi più che in passato si trova a dover convivere con un’esperienza religiosa occidentale estremamente “privatizzata”, ridotta cioè alla sfera privata dell’individuo ed esclusa dall’ambito politico e sociale.

Ecco che, in termini molto pratici, la discussione dei giovani musulmani si costruisce ad esempio sulle norme culturali riguardanti l’abbigliamento (basti pensare al hejab, il velo islamico) o l’osservanza dei precetti religiosi come il digiuno nel mese di Ramadan. Sono temi di cui si dibatte molto sul web, strumento privilegiato delle generazioni più giovani, in cui è facile imbattersi in articoli e testimonianze di ragazze e ragazzi di religione musulmana che danno ragione della propria adesione (o non adesione) alle usanze culturali e alle norme religiose trasmesse dalla famiglia e condizionate dall’ambiente esterno.

È curioso notare come spesso le ragioni dell’osservanza di una certa usanza religiosa o della scelta di indossare il velo non siano dettate da semplici prescrizioni o costrizioni, ma vengano descritte come scelte maturate dal singolo in base ad una sensibilità costruita su elementi e valori che all’Islam tradizionale sono praticamente estranei, ma che forse provengono proprio dal Cristianesimo. Si pensi all’idea di foro interno, elemento tipico del Cristianesimo, che mette in risalto l’interiorità e chiede la scelta intima di vivere coerentemente la propria fede, prima ancora di osservare i divieti e i precetti che questo credo religioso comprende, o alla separazione tra religione e sfera legislativa, che per la religione musulmana sarebbe un paradosso in quanto il primo e unico legislatore è Dio stesso.

Avviene quindi, in molti casi, una rielaborazione dell’identità religiosa del migrante, che va a costituire una possibile alternativa sia al forte conflitto che porta al rifiuto delle origini o del nuovo contesto, sia alla situazione di “doppia assenza” che molti migranti rischiano di vivere: non si tratta più di una trasmissione culturale da parte della famiglia – nonostante essa rappresenti ancora la prima fonte di formazione valoriale e identitaria dei figli, i quali dichiarano solitamente di essere musulmani per educazione e tradizione famigliare – ma della scelta personale di sentirsi allo stesso tempo italiani e musulmani, senza che queste caratteristiche identitarie debbano per forza entrare in conflitto.

A partire da queste considerazioni si può comprendere quanto la religione possa essere una risorsa per la costruzione dell’identità culturale del migrante, e addirittura per la sua integrazione nella società e per un incontro reale tra diverse sensibilità.

La carità, la compassione, il riconoscere l’altro come persona umana e creatura da rispettare, sono solo alcuni dei valori concreti su cui puntare per la formazione dell’identità di giovani italiani e stranieri, e per creare la base per una vera integrazione, in cui l’appartenenza religiosa non costituisce un ostacolo ma un trampolino di lancio.

Forse, ancor più di molte altre proposte, il confronto sui valori della propria e dell’altrui fede potrebbe davvero permettere la realizzazione di una reale integrazione, basata sulla comunanza di valori religiosi e culturali, che soprattutto a livello personale sono l’unica strada per un dialogo autentico e costruttivo.

 

Sara Manzardo

https://civitaslab.com

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