Io sono una missione: verso il sinodo dei giovani

del 22 marzo 2018

Il prossimo Sinodo sui giovani ha come tema centrale il discernimento vocazionale. La chiamata di Dio è più ampia: non è limitata alle forme «perfette». È anche l’umile e continua «vocazione universale alla gioia dell’amore»...

 

Il prossimo Sinodo sui giovani ha come tema centrale il discernimento vocazionale. Quando si ascolta la parola «vocazione», la prima cosa che di solito viene in mente è la vocazione alla «vita consacrata ». Ma la chiamata di Dio è più ampia: non è limitata alle forme «perfette». È anche l’umile e continua «vocazione universale alla gioia dell’amore» [1] che il Padre rivolge a tutti, ogni volta che esce per invitare a lavorare nella sua vigna [2]. Il Signore ci chiama con identica speranza in ogni tappa e momento della nostra vita, e la sua chiamata risuona con particolare intensità nei cuori dei giovani. Per poter ascoltare questa chiamata e scegliere il tipo di servizio in cui si concretizza l’amore è necessario crescere nella pratica del discernimento spirituale [3].

La Chiesa entra, a sua volta, nella dinamica del discernimento, propria sia del discepolo sia del maestro, per convocare tutti i giovani, senza eccezione, a questo bellissimo compito: ascoltare la chiamata, scegliere e seguire la vocazione. Lo esprime così: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia» [4].

I mezzi che la Chiesa usa per mettere in atto la decisione di ascoltare i giovani e chiedere loro aiuto sono, tra gli altri, il questionario online, che ha lo scopo di raccogliere i contributi di molti giovani per inserirli nel documento di lavoro, e la «riunione pre-sinodale», che si terrà dal 19 al 24 marzo 2018. A tale riunione sono invitati a partecipare giovani di ogni tipo di istituzione. Sottolineiamo la partecipazione di rappresentanti «del mondo giovanile che si ritrova nelle estreme periferie esistenziali, nonché esperti, educatori e formatori impegnati nell’aiuto ai giovani per il discernimento delle loro scelte di vita» [5].

 

Che cosa ci dicono i giovani?

 

Un primo passo necessario per aiutare i giovani a crescere nel discernimento consiste nell’identificare ciò che li rende «inquieti», ascoltando quello che essi dicono.

Alcune risposte che i giovani danno al questionario proposto dal Papa [6] hanno un denominatore comune: essi percepiscono che il mondo adulto «non li ascolta». In generale, non ritengono che questo accada per cattiva volontà, ma pensano piuttosto che gli adulti non comprendano appieno il nuovo mondo che hanno creato e nel quale, paradossalmente, sono i giovani chiamati a svolgere in modo più deciso un ruolo di protagonisti. Dice un giovane: «C’è stata una trasformazione culturale così grande, dovuta alle nuove tecnologie e ad altri cambiamenti, che diventa molto difficile dare “validità” a ciò che potrebbe consigliarci una persona vissuta in un mondo tanto diverso da quello attuale» [7]. Un altro giovane afferma: «Secondo me, le persone non tengono ancora conto dei cambiamenti culturali, non si sono accorte che lo sviluppo del mondo digitale ha messo da parte molte cose, come il cercare di avvicinarsi di più a Dio» [8].

La questione del sentirsi o non sentirsi ascoltati, non soltanto riguardo ai loro problemi personali ma anche per ciò che concerne la loro visione della cultura e del mondo attuali, si traduce per i giovani in termini di allontanamento o di vicinanza. I giovani si allontanano, quando percepiscono che l’intenzione di fondo di chi parla loro è quella di «disciplinarli»: «Si sono incaricati più di indottrinare, di cercare di disciplinare e, in buona misura, di spaventare i giovani, anziché essere loro di esempio […] e mostrare che credere in Dio è cosa buona» [9].

Al contrario, i giovani si avvicinano e rispondono con grande generosità, quando vengono chiamati a dare un concreto aiuto agli altri. «Secondo me – afferma uno di loro –, ad attrarre i giovani sono soprattutto i gruppi di “aiuto solidale”, cioè visitare le case degli anziani o semplicemente riunirsi per dare da mangiare a persone bisognose. Perché? Perché i giovani sentono che là si può condividere, senza avere la stessa credenza, una realtà che si chiama solidarietà e amore per il prossimo» [10].

«A mio parere – dice un altro –, i gruppi missionari sono quelli che hanno più successo nell’ambito ecclesiale, perché fanno sentire importante ogni persona. Tutti cooperano per uno stesso fine, fare missione; ci sono molti compiti da svolgere e, quando li si svolge, ci si sente molto felici. I giovani si sentono realizzati e si fanno molti amici, mentre aiutano le persone che hanno bisogno. E la cosa più importante è che questo rende felici sia loro sia chi viene aiutato.

Tutti lo fanno per piacere, non perché sono stati costretti dai loro genitori o perché ricevono denaro in cambio, ma soltanto per il piacere di aiutare gli altri e di portare la parola di Dio ad altre persone» [11].

In queste «inquietudini» dei giovani possiamo individuare una grazia dello Spirito, sulla quale a tutti può far bene riflettere. Dai giovani ci giunge la parola delle generazioni future, alle quali dobbiamo consegnare, migliorato, il mondo che abbiamo ricevuto «in prestito», come affermava la Conferenza episcopale portoghese [12].

Queste preoccupazioni nascono da un discernimento che i giovani fanno non tanto mentalmente, quanto con la loro presenza o assenza.

Essi infatti distinguono ciò che è indiscutibile – l’amore per Dio messo in atto nei luoghi in cui possono servire i più poveri, cosa che li riempie di felicità e li unisce – da ciò che sentono come discutibile, che chiamano «credenze» e che non li attrae. In queste credenze essi avvertono un tratto tipico delle ideologie: l’intenzione di inquadrare e di fare proselitismo.

 

I passi del discernimento

 

Notavamo con tristezza come molti giovani si allontanino dalla Chiesa quando percepiscono in essa un eccesso di formalismo che cerca di inquadrarli. Ma non è meno triste vederne altri che si avvicinano alla Chiesa proprio per questo, in cerca di una sicurezza che alla fin fine è settaria, ideologica. Quali passi si possono compiere, allora, affinché il discernimento sia spirituale, affinché sia un «discernimento evangelico» [13] e non una scelta tra idee astratte che poi vengono applicate in modo legalistico? Indicheremo tre semplici passi da fare, per aprire la mente ai movimenti del cuore e ai segni dei tempi e liberarla dalle gabbie intellettuali.

Questi passi presuppongono che una persona sia giustamente preoccupata di scegliere qualcosa di meglio e, come risposta, faccia un passo verso il basso, umiliandosi interiormente, poi un altro passo verso l’esterno, uscendo da sé per servire, e infine un passo indietro, che completa i momenti precedenti, abbracciandoli; e aspetta la conferma dello Spirito e della Chiesa, intesa come gerarchia e come popolo fedele di Dio.

Per dare consistenza teologica alla nostra riflessione ci serviremo liberamente di un testo di Jorge Mario Bergoglio del 1988, nel quale egli descrive questi passi del discernimento, applicandoli a uno specifico tema gesuitico – la «relazione tra fede e giustizia», nel Decreto IV della XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù [14] –, e propone esempi delle corrispondenti tensioni polari. Facciamo nostra anche la sua introduzione, per affermare che quanto segue «è il risultato di una serie di riflessioni mosse dalla preoccupazione di una maggiore comprensione» del discernimento.

Sono riflessioni spirituali, e non hanno altra pretesa se non quella di aiutare a chiarire un tema sul quale il Papa insiste sempre. A questo scopo, ci avvaliamo di suoi scritti che hanno il sapore di una formulazione a quei tempi matura e la cui «sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli» (Lc 7,35).

 

Un passo verso il basso

 

Il primo passo di un discernimento viene «dall’alto»: dall’ispirazione dello Spirito che irrompe nella nostra vita. E la risposta è fare un «passo verso il basso», riconoscendo la grazia. Questo passo corrisponde all’atteggiamento che sant’Ignazio descrive in una delle sue regole del discernimento: «Chi sta consolato procuri di umiliarsi e abbassarsi quanto può» (Esercizi Spirituali [ES], n. 324).

Bergoglio descrive così la tensione che avviene in questo passo: «Un mutamento nella presa di coscienza cristiana deriva sempre la sua origine “dall’alto” [15], dall’ispirazione dello Spirito Santo. Sarebbe un errore credere che simili mutamenti avvengano come frutto di grandi pianificazioni» [16]. Questa ispirazione, che è profetica, «progredisce a livello esteriore nella misura in cui scende al livello interiore, unendo il ritmo spirituale dell’acqua nella spugna e quello sulla pietra, a seconda dei casi» [17].

L’esempio della goccia d’acqua che entra in una spugna – «dolcemente, delicatamente e soavemente, in silenzio e come in casa propria, a porta aperta» – o cade su una pietra – «in modo pungente e con strepito e inquietudine» – è la metafora che sant’Ignazio usa nella settima regola per discernere il modo di agire del buono e del cattivo spirito nelle persone che procedono nel servizio di Dio nostro Signore [18].

Presentiamo due esempi. Nella Madonna, l’annuncio dell’angelo entra nell’anima come la goccia d’acqua nella spugna. E il passo verso il basso che lei compie, confessando la sua piccolezza di creatura, ha il contrappeso nella sua obbedienza nella fede che accetta che la Parola si compia in lei. Nel caso di Simon Pietro, la chiamata a essere «pescatore di uomini» lo porta a inginocchiarsi, e quasi al contempo si presenta per lui la tentazione di creare ostacoli al Signore con il suo «Allontanati da me!».

Ogni nuovo passo di irruzione profetica dello Spirito è in tensione con un passo interiore. Da Bergoglio esso viene chiamato «abbassamento», e si esplicita in un atteggiamento di umiltà raddoppiata: confessarsi peccatori e lasciarsi perdonare; desiderare l’ultimo posto e servire là dove viene richiesto. Quando si deve accompagnare qualcuno – nel nostro caso, i giovani – o entrare in un processo di discernimento personale, è fondamentale tener conto di questo «passo verso il basso», di questa umiltà interiore, messa in atto con un concreto servizio. È un criterio pratico che aiuta a discernere se un’ispirazione proviene o meno dallo Spirito e, in caso affermativo, aiuta a consolidarla.

Se manca questo «passo verso il basso», di solito sono la vanità e la pretesa di impadronirsi della grazia, di addomesticarla, che si rafforzano.

I giovani rivelano grande sensibilità nel riconoscere questi atteggiamenti e nel prenderne le distanze.

 

Un passo verso l’esterno

 

Insieme all’ispirazione, emergono idee, tentativi di concettualizzare ciò che lo Spirito richiede. Il passo concreto affinché queste formulazioni non si assolutizzino, bloccando la dinamica dell’ispirazione, è un «passo verso l’esterno»: uscire in missione, offrire un servizio concreto.

Potremmo chiederci: perché questo passo? Perché un’ispirazione nuova esige una concettualizzazione nuova, e questo richiede tempo e confronto con la realtà. Quando si cerca di cambiare, di fare le cose in un modo diverso, certamente le nuove idee verranno messe a confronto con le vecchie. Il dinamismo dell’ispirazione e l’entusiasmo iniziale possono far sì che le nuove idee risultino esagerate, imprudenti o troppo riduttive. Questa «mancanza di discrezione» è sempre stata la caratteristica degli inizi nella vita dei santi, che sono «gli eterni giovani» nella storia della Chiesa. Perciò, quando si accompagna un processo di discernimento, occorre stare attenti alle ispirazioni che vengono dopo una «consolazione», perché possono non derivare tutte dal buono spirito, ma essere semplicemente idee nostre, e perfino tentazioni del cattivo spirito [19].

Accompagnare i giovani in questo passo del discernimento implica che li si aiuti a confrontare le loro formulazioni con la visione più ampia e profonda di ciò che lo Spirito ha dato alla Chiesa e che fa parte della tradizione. Ma non basta un confronto puramente intellettuale: è necessario che i giovani lo facciano nell’ambito di un servizio concreto, in cui la realtà vada chiarendo le loro idee. Per questo è importante fare passi «verso l’esterno». Il discernimento è missionario. L’ispirazione dello Spirito, dopo che si è radicata nel profondo del cuore, acquista un movimento espansivo che spinge la persona a uscire da sé.

In questi passi di uscita si manifesta la tensione propria della missione, che ha due dimensioni: un orizzonte universale e un luogo di realizzazione particolare, incarnato. «La missione – afferma Bergoglio – deve possedere un’apertura così universale da non restare soffocata da particolari sterili; e, d’altra parte, deve avere un tale radicamento nel particolare da non risultare un’entelechia che genera ideologie» [20].

Questo passo «verso l’esterno», missionario, si incarna e si concretizza là dove c’è un bisogno, e da lì si estende al mondo intero. È così che è cresciuta la Chiesa. «Bisogna cercare – afferma Bergoglio – il punto di convergenza delle due dimensioni, senza che nessuna delle due venga annullata per riduzione a una o per sintesi asettica» [21].

Quando Francesco parla della «realtà», dobbiamo stare attenti a non pensare che stia parlando in termini sociologici o filosofici [22]. La realtà di cui egli parla sono le persone, le cose e le situazioni concrete. In una lettera indirizzata a un suo amico storiografo, il salesiano Cayetano Bruno, Bergoglio rifletteva su come il missionario, quando aderisce a Cristo vivo e non a questioni ideologiche, possa inserirsi «in qualsiasi contesto ambientale, per costruire una cultura cattolica» [23].

La realtà verso cui si esce è lo spazio concreto delle Beatitudini e del capitolo 25 di Matteo, lo spazio in cui il Regno diventa reale, tanto in una terra di missione quanto nella periferia della propria parrocchia, o in quel dedicarsi ai più poveri che fa sì che l’opera personale di misericordia si trasformi in istituzione.

 

Un passo indietro

 

Il terzo passo del discernimento è un «passo indietro», in due sensi: 1) nel senso che abbraccia i due momenti precedenti e non permette che vengano separate l’umiltà interiore e l’uscita missionaria verso un servizio concreto, e 2) nel senso che, prima di mettere in atto ciò su cui si è fatto discernimento, occorre attendere una conferma.

Il discernimento non si conclude con la propria scelta, ma con una triplice conferma: quella della consolazione dello Spirito, che è interiore; quella della Chiesa gerarchica, che è giuridica; e quella del popolo fedele, che si esprime con la gioia, l’affetto e la collaborazione nella missione. «Questo processo – dice Bergoglio – non si compie teoricamente, ma implica un’integrazione continua nella realtà, e ciò dà forma a un processo che diventa lungo, a causa del continuo oscillare a cui va incontro nel suo dialogo con la realtà.

Questo è importante: è la realtà stessa che “purifica” l’espressione intellettuale. Quando c’è un elemento che assume in sé la tensione tri-direzionale tra ispirazione, concettualizzazione e realtà, allora non c’è il pericolo dell’ideologia, ma il lavoro di concettualizzazione diventa una dottrina» [24].

Quali sono le caratteristiche di questa «sana dottrina» [25]? Quando Bergoglio-Francesco parla della dottrina, pone l’accento sulla fede viva che il popolo di Dio conserva nella sua memoria, e sul mandato, che consiste nell’«inculcare questo nucleo dottrinale nel cuore del giovane che si va formando e nell’insegnargli a comprenderlo [discernerlo]» [26]. Si tratta di verità sentite e vissute, e non soltanto comprese.

Questa tensione tra memoria e insegnamento, tra ciò che va conservato con fedeltà e ciò che va trasmesso in modo che il messaggio giunga al cuore delle nuove generazioni, è l’ambito proprio del discernimento [27]. Una formulazione dottrinale coniuga queste tensioni, permettendo alla realtà di risplendere nelle e sulle idee. La dottrina attrae senza fare proselitismo, unisce e unifica dal di dentro, senza aver bisogno di inquadrare esteriormente.

 

Il «luogo teologico» dei 3 passi

 

La fonte di ispirazione e il modello di questi passi di discernimento è il Verbo fatto carne. Ebbene, i passi dell’Incarnazione non possono essere considerati separatamente: l’irruzione del Verbo nella storia, la sua presenza tra noi e l’esplicitazione del suo messaggio, in gesti e parole, fino a raggiungere la pienezza di espressione nella Pasqua costituiscono un’unica realtà, che si manifesta in un processo, fra le tensioni della vita [28]. Pertanto, un processo di discernimento che prende a modello questo dinamismo dell’Incarnazione non può essere un progetto che resta sulla carta: è invece «un’ispirazione concettualizzata, che ci porta ad agire sulla realtà» [29]. O, in altre parole, i passi che abbiamo considerato non sono solo passi mentali: sono passi che hanno bisogno di un ambito concreto in cui camminare, cioè di un «luogo teologico».

Da qui gli interrogativi che Bergoglio si pone, e che noi ci poniamo con lui: esiste una realtà in cui trovi posto e si alimenti questa sana tensione dialogica? Esiste un ambito privilegiato in cui l’ispirazione dello Spirito sia garantita non soltanto sulla carta, ma nella fede viva, che opera mediante la carità? Esiste un «luogo teologico» in cui la realtà stessa si incarichi di rendere dinamici i concetti e di «purificarli» in modo che non si assolutizzino, ma siano parola viva, cioè dottrina?

 

La missione al cuore del popolo… «Io sono una missione»

 

Questo «luogo teologico» sono i popoli verso i quali il Signore ci manda in missione: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Francesco, nell’Evangelii gaudium, ne dà questa formulazione: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita o un ornamento che posso togliere […]. Io sono una missione […]. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, […] smetterà di essere popolo» (EG 273). Si tratta di una formulazione dottrinale in cui si coniugano la missione, il popolo come «luogo teologico e il discernimento.

Questo testo ha il suo antecedente in una conversazione tenuta da Bergoglio quando era provinciale dei gesuiti: «Quando il Signore ci affida la missione, ci fonda. Tuttavia non lo fa con la disposizione pragmatica con cui si assegnano un’occupazione o un impiego qualsiasi, bensì con la fortezza del suo spirito, che ci fa appartenere a quella missione in modo tale che la nostra identità ne resterà segnata. Identificarsi è appartenere […]; appartenere è partecipare a ciò che Gesù fonda […], e Gesù ci fonda nella sua Chiesa, nel suo santo popolo fedele, per la gloria del Padre» [30].

Allora come adesso, Francesco parla della missione in termini di sintesi esistenziale: si tratta di un modo di agire che il missionario mette in atto con tutto il suo essere e che cerca il bene di tutto il popolo a cui è inviato. Pertanto, «per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente», sperimentare quanto «è bello essere popolo fedele di Dio» [31]. Non c’è missione, né discepolo missionario – sia egli vescovo, sacerdote, religioso o laico – senza il popolo fedele.

Il popolo fedele, come totalità inclusiva, come «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» [32], ha qualcosa in più rispetto a ogni persona considerata singolarmente. Ne deriva che trovare il proprio carisma e discernere la propria missione nel seno di un popolo – mosso e sostenuto dallo Spirito Santo – non è soltanto un dovere, ma una benedizione, una fonte di gioia e di comunione. È questo che i giovani intuiscono, quando sperimentano la gioia che proviene loro dall’essere inviati in missione e a svolgere un compito di servizio concreto in favore dei più poveri. Da un punto di vista teologico, questo ambito del «cuore di ogni popolo» è il punto di partenza più appropriato per iniziare e seguire un cammino di discernimento finalizzato alla missione.

 

L’ambito della pietà popolare

 

Il cuore di ogni popolo è la sua cultura. E all’interno di una cultura che ha ricevuto il seme del Vangelo e lo ha coltivato sorge la cosiddetta «pietà popolare». In essa lo Spirito schiude un luogo teologico privilegiato per camminare come discepoli missionari, per iniziare ogni processo di discernimento orientato alla missione e proseguirlo [33].

La pietà popolare non è solo «religiosità», ma vera spiritualità o, meglio ancora, mistica popolare [34]. In una recente intervista Francesco si esprimeva così: «C’è anche un’ipotesi che dico a lume di naso, senza averla ancora studiata a fondo. In America Latina c’è una realtà che quasi non è stata clericalizzata: la “pietà popolare” […]. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a fecondare costantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili» [35].

Riguardo ai giovani, possiamo indicare questo «luogo non clericalizzato » come il più propizio per iniziare e confermare un processo di discernimento nel quale le concrete scelte di vita avvengono nell’ambito della grande missione della Chiesa. Lì deve collocarsi chi desideri aiutare e accompagnare i giovani nel discernimento della loro scelta di vita.

Non possiamo sviluppare qui tutta la ricchezza e la complessità dell’ambito della pietà popolare in quanto «luogo teologico» privilegiato.

Segnaliamo soltanto alcune caratteristiche che possono aiutare i giovani ad avere la conferma che quella felicità missionaria che essi provano nel servire gli altri, i più umili del popolo di Dio, proviene dallo Spirito.

Ma, prima, portiamo un esempio di come Bergoglio discerneva la missione in mezzo ai sobborghi popolari dell’area di Buenos Aires.

Fin da giovane gesuita, e poi da maestro dei novizi, provinciale e rettore, egli si è sempre inserito – e ha mandato i giovani gesuiti a inserirsi – nel popolo fedele di Dio: sia per discernere le nuove vocazioni della Compagnia, sia per accompagnare i discernimenti ulteriori che segnano i passi della vita apostolica. Nella sua lettera a Cayetano Bruno, Bergoglio parlava del discernimento in questo senso: «Quando ero a San Miguel, ho visto i quartieri privi di cura pastorale; questo mi ha inquietato e abbiamo cominciato a occuparci dei bambini: il sabato pomeriggio insegnavamo catechismo, poi giocavano, eccetera. Mi resi conto che noi professi [36] avevamo il voto di insegnare la dottrina ai fanciulli e agli incolti, e cominciai io stesso a farlo insieme agli studenti. La cosa andò pian piano crescendo: si costruirono cinque grandi chiese, si mobilitarono in maniera organizzata i ragazzi della zona [e tutto questo lavoro è stato fatto] soltanto i sabati pomeriggio e le domeniche mattina» [37].

Così vediamo come tutto scaturisca da una preoccupazione apostolica che Francesco ha sempre presente. Egli ha detto in un’omelia a Santa Marta: «È il lasciarci inquietare dallo Spirito Santo che ci fa discernere e non avere una fede ideologica» [38]. Quando qualche cosa lo commuove o attira la sua attenzione – toccandogli il cuore –, Bergoglio non la lascia andare, ma piuttosto comincia a usare qualche mezzo concreto e umile («abbiamo cominciato a occuparci dei bambini»), poi le fa spazio nella preghiera, lasciando che sia lo Spirito a illuminare il cammino («mi resi conto…») e a far crescere il seme («la cosa andò pian piano crescendo»).

 

Il «luogo teologico» dell’infallibilità «in credendo»

 

La pietà popolare è un «luogo teologico» propizio per discernere, perché in essa si esprime il senso della fede del popolo fedele, che è «infallibile in credendo». Come afferma il Concilio Vaticano II: «La totalità dei fedeli che hanno l’unzione ricevuta dal Santo (cfr 1 Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere» [39]. Il «Credere» (con la «C» maiuscola) del popolo fedele ci salva e ci preserva da tutte le altre «credenze» (con la «c» minuscola).

Non si tratta, ovviamente, dell’infallibilità delle definizioni dogmatiche. Grazie all’azione dello Spirito Santo, «il Popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla “fede che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte” (Gd 3), con sicuro giudizio vi penetra più a fondo e più pienamente l’applica nella vita» [40]. Parlando di «sicuro giudizio» e di «applicazione» della fede alla vita, il Concilio Vaticano II ci vuole dire che il popolo di Dio «discerne bene». Conservare la fede a ogni crocevia implica un discernimento. Avere fede è una forma di lotta passiva, che significa accettare quello che ci accade, e in questa accettazione discernere il futuro e comprendere come andare avanti.

Per i giovani – e per chiunque voglia ringiovanire nella missione e discernere le vie nuove dello Spirito, che sorprende sempre la Chiesa – è fondamentale situarsi in questo ambito della pietà del popolo fedele, per esserne impregnati e nutrirsi degli indirizzi con cui il popolo – con la mistica ardente del suo modo di credere – ci insegna e ci illumina [41].

 

Indirizzi di discernimento che ci dà il popolo fedele

 

A che cosa deve stare attento un giovane desideroso di inserirsi nel popolo che vuole servire, affinché la sua esperienza non sia solo folcloristica, ma sia una vera e propria inculturazione? Che cosa si può apprendere dal modo di credere delle persone più povere e semplici, che adorano il Padre in Spirito e in Verità, quale che sia la loro religione? Il popolo fedele ci insegna che la volontà di Dio si rivela strada facendo. Discernere è concretizzare, e non si concretizza sulla carta, ma nella vita. Camminare insieme ai poveri permette di appropriarsi a poco a poco, in modo vitale, dell’ermeneutica fondamentalmente positiva del popolo di Dio: quella che consente di ascoltare la voce dello Spirito nel corso del tempo, e non soltanto in maniera occasionale. Basta «una minima capacità di inserimento» per iniziare, ma avendo cura che questa non sia soltanto un’esperienza passeggera – cosa che, tuttavia, deve essere sempre apprezzata nei giovani, come un primo passo concreto –, ma si trasformi in un «atteggiamento di inserimento», in «un fare il cammino dell’inculturazione» [42].

Il popolo fedele ci insegna come farci carico della Croce. I popoli discernono ed esprimono ciò che sono non soltanto con il loro agire, ma anche con il loro patire, con la loro resistenza passiva al male. Bergoglio riprende questa dottrina da sant’Agostino, per il quale «il criterio di sanità e ortodossia cristiana non sta tanto nel modo di agire quanto nel modo di resistere» [43]. E chiarisce alcuni segni di resistenza, che qualifica come «segni cristiani»: «La lotta dei poveri, degli umili, dei bambini, [lotta] che si esprime in gesti e atteggiamenti infantili, quali la ricettività, la capacità di ascoltare, il camminare, il fare ricorso a immagini da cui si sente emanare la grazia, e così via. [Questa resistenza] esclude qualsiasi tipo di trionfalismo» [44].

La Croce – concretizzata nelle croci di ogni situazione che richiede resistenza – è il «luogo teologico» in cui incontriamo il criterio ultimo di inculturazione e di discernimento. Essa, «a causa della sua struttura interna in tensione, ci ispira la visione cristiana delle tensioni da assumere [discernere]» [45]. Il discernimento non risolve le questioni teoricamente, ma implica sempre un accettare la Croce e farsene carico. «La scelta ignaziana – afferma Bergoglio – non è mai soltanto teorica, presuppone la dimensione di pathos (attraverso la consolazione e la desolazione, l’aprirsi alla grazia e il lasciarsi toccare dalla tentazione)» [46]. Là, nel cuore del popolo che si fa carico della Croce, resistendo in modo pacifico al male, sta il «luogo teologico», etico e trascendente, protetto contro ogni tentativo di aggressione da parte del demonio e nel quale devo inculturarmi per essere in grado di discernere quale missione io possa essere.

Infine, il popolo fedele conferma un buon discernimento quando accoglie con gioia e risponde con la sua collaborazione alla scelta di vita del discepolo missionario, coronando così le altre due conferme che una scelta richiede: quella interiore, dello Spirito; e quella ufficiale della Chiesa gerarchica. Quando una scelta viene confermata dal buono spirito e dalla Chiesa, acquista la forma di un carisma e di un servizio al tempo stesso «universale e concreto» [47].

 

 

NOTE 

 

1. Cfr Documento preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», 13 gennaio 2017, Introduzione; II, 1; II, 4 e III, 5. Questo documento d’ora in poi sarà citato con la sigla DP.

2. Cfr Mt 20,1-7.

3. Cfr DP II, 4.

4. DP Introduzione; corsivi nostri.

5. L. Baldisseri, Comunicato della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, 4 ottobre 2017.

6. Trascriviamo qui alcune «Risposte al questionario del Sinodo per i giovani», date da giovani argentini dai 17 ai 33 anni, di diversa estrazione.

7. Agustín (27 anni), ivi.

8. Martín (19 anni), ivi.

9. Milagros (33 anni), ivi.

10. Xavier (19 anni), ivi.

11. Martín (19 anni), ivi.

12. Cfr Conferenza Episcopale Portoghese, Lettera pastorale Responsabilidade solidária pelo bem comun, 15 settembre 2003, 20.

13. Cfr Francesco, Evangelii gaudium (EG), n. 50.

14. Cfr J. M. Bergoglio, «Servicio de la fe y promoción de la justicia.

Algunas reflexiones acerca del decreto IV de la CG 32», in Stromata 1/2 1988, 7-22. Citeremo questo testo con la sigla FyJ, seguita dal numero del paragrafo.

15. Cfr Ignazio di Loyola, s., Esercizi Spirituali, n. 237: «Considerare come tutti i beni e i doni discendono dall’alto…».

16. FyJ 11a e 15.

17. FyJ 26.

18. Cfr ES 335.

19. Si possono formulare «diversi propositi e pareri che non sono dati immediatamente da Dio nostro Signore» (ES 336).

20. FyJ 11 b e 16.

21. Bergoglio trova esemplificato questo concetto nella Formula dell’Istituto della Compagnia di Gesù: in essa l’orizzonte di universalità che hanno tutte le missioni a cui la Compagnia invia è posto in tensione con il voto di insegnare «la verità cristiana ai fanciulli e agli incolti» (n. 1). Cfr FyJ 16.

22. Sbaglia chi cerca di spiegare i suoi «quattro princìpi» in Evangelii gaudium in termini di pragmatismo sociologico o di filosofia storicista, hegeliana, pragmatica e via dicendo, cercando di confrontare queste «idee» con i dati della rivelazione (cfr EG 50).

23. J. M. Bergoglio, «Lettera a Cayetano Bruno», in Oss. Rom. (www.

osservatoreromano.va/vaticanresources/files/cd22030121e6671868df4c19f5dc8 6b0_5.pdf), 20 ottobre 1990.

24. FyJ 11c e 17.

25. «Tu però insegna quello che è conforme alla sana dottrina» (Tt 2,1). Cfr 1 Tm 1,3.

26. J. M. Bergoglio, Nel cuore di ogni padre, Rizzoli, Milano, 2014, 54.

27. «Per me, la cosa più importante è che il messaggio arrivi, e perciò cercare di dire le cose passo dopo passo e ascoltare le risposte, affinché arrivi il messaggio» (Francesco, Saluto ai giornalisti durante il volo di ritorno dal Bangladesh, 2 dicembre 2017).

28. Cfr FyJ 18.

29. Ivi.

30. J. M. Bergoglio, Nel cuore di ogni padre, cit., 120.

31. EG 268 e 274.

32. Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium (LG), nn. 4 e 12.

33. Il discernimento, per sua natura, è sempre aperto a un di più: «È dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno» (Amoris laetitia, n. 303).

34. Cfr EG 127.

35. Francesco, Latinoamérica. Conversaciones con Hernán Reyes Alcaide, Caba, Planeta, 2017, 31 e 34.

36. I «professi», nella Compagnia di Gesù, sono i gesuiti che, oltre ai 3 voti solenni di povertà, castità e obbedienza, fanno il quarto voto di obbedienza al Papa per le missioni che egli voglia loro affidare.

37. J. M. Bergoglio, Lettera a Cayetano Bruno, cit.

38. Francesco, Omelia a S. Marta, 29 maggio 2017.

39. LG 12.

40. Ivi.

41. Cfr EG 124 e 237.

42. FyJ 22-23.

43. Ivi, 25. Cfr Agostino, s., Discorso 46: I pastori, n. 13.

44. FyJ 25.

45. Cfr ivi, 28: discernere è assumere il bene e respingere il male. Cfr ES 313.

46. FyJ 24.

47. Ivi, 23, nota 22.

 

 

Diego Fares S.I.

© La Civiltà Cattolica 2018 I 417-431 | 4025 (3/17 marzo 2018)  

 

 

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