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Festa dell'Immacolata 2018 - "Una sincera, filiale, illimitata fiducia in Maria..."

del 06 dicembre 2018

Ci sembra il momento più adatto per ritornare con la memoria alla fondazione della Compagnia dell'Immacolata, il piccolo grande capolavoro di Domenico Savio...

 

Domenico Savio arrivò all'Oratorio di Valdocco nell'autunno del 1854, al termine della micidiale pestilenza che aveva decimato la città di Torino. Divenne subito amico di Michele Rua, Giovanni Cagliero, Giovanni Bonetti, Giuseppe Bongiovanni con cui si accompagnava recandosi a scuola in città. Con ogni probabilità non seppe niente della 'Società salesiana' di cui Don Bosco aveva cominciato a parlare ad alcuni dei suoi giovani nel gennaio di quell'anno. Ma nella primavera seguente ebbe un'idea che confidò a Giuseppe Bongiovanni. Nell'Oratorio c'erano ragazzi magnifici, ma c'erano anche mezze teppe che si comportavano male, e c'erano ragazzi sofferenti, in difficoltà negli studi, presi dalla nostalgia di casa. Ognuno per conto suo cercava di aiutarli. Perché i giovani più volenterosi non potevano unirsi insieme, in una 'società segreta', per diventare un gruppo compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Giuseppe si disse d'accordo. Ne parlarono con alcuni. L'idea piacque. Si decise di chiamare il gruppo "Compagnia dell'Immacolata".

Don Bosco diede il suo consenso: provassero, stendessero un piccolo regolamento. Dai verbali della Compagnia conservati nell'Archivio Salesiano, sappiamo che i componenti che si radunavano una volta alla settimana erano una decina: Michele Rua (che fu eletto presidente), Domenico Savio, Giuseppe Bongiovanni (eletto segretario), Celestino Durando, Giovanni B. Francesia, Giovanni Bonetti, Angelo Savio chierico, Giuseppe Rocchietti, Giovanni Turchi, Luigi Marcellino, Giuseppe Reano, Francesco Vaschetti. Mancava Giovanni Cagliero perché era convalescente dopo una grave malattia e viveva nella casa di sua madre.

L'articolo conclusivo del regolamento, che fu approvato da tutti, anche da Don Bosco, diceva: "Una sincera, filiale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una devozione costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso noi stessi, amorevoli col prossimo, esatti in tutto". I soci della Compagnia scelsero di 'curare' due categorie di ragazzi, che nel linguaggio segreto dei verbali vennero chiamati 'clienti'. La prima categoria era formata dagli indisciplinati, quelli che avevano la parolaccia facile e menavano le mani. Ogni socio ne prendeva in consegna uno e gli faceva da 'angelo custode' per tutto il tempo necessario (Michele Magone ebbe un 'angelo custode' perseverante!).

La seconda categoria erano i nuovi arrivati. Li aiutavano a trascorrere in allegria i primi giorni, quando ancora non conoscevano nessuno, non sapevano giocare, parlavano solo il dialetto del loro paese, avevano nostalgia. (Francesco Cerruti ebbe come 'angelo custode' Domenico Savio, e narrò con semplice incanto i loro primi incontri). Nei verbali si vede lo snodarsi di ogni singola riunione: un momento di preghiera, pochi minuti di lettura spirituale, un'esortazione vicendevole a frequentare la Confessione e la Comunione; "parlasi quindi dei clienti affidati. Si esorta la pazienza e la confidenza in Dio per coloro che sembravano interamente sordi e insensibili; la prudenza e la dolcezza verso coloro che promettonsi facili a persuasione".

Confrontando i nomi dei partecipanti alla Compagnia dell'Immacolata con i nomi dei primi 'ascritti' alla Pia Società, si ha la commovente impressione che la 'Compagnia' fosse la 'prova generale' della Congregazione che Don Bosco stava per fondare. Essa era il piccolo campo dove germinarono i primi semi della fioritura salesiana. La 'Compagnia' divenne il lievito dell'Oratorio. Essa trasformò ragazzi comuni in piccoli apostoli con una formula semplicissima: una riunione settimanale con una preghiera, l'ascolto di una pagina buona, un'esortazione vicendevole a frequentare i Sacramenti, un programma concreto su come e chi aiutare nell'ambiente dove si viveva, una chiacchierata alla buona per comunicarsi successi e fallimenti dei giorni appena trascorsi. Don Bosco ne fu molto contento.

E volle che fosse trapiantata in ogni opera salesiana che nasceva, perché anche lì fosse un centro di ragazzi impegnati e di future vocazioni salesiane e sacerdotali. Nelle quattro pagine di consigli che Don Bosco diede a Michele Rua che andava a fondare la prima casa salesiana fuori Torino, a Mirabello (sono una delle sintesi migliori del suo sistema di educare, e verranno consegnate ad ogni nuovo direttore salesiano) si leggono queste due righe: "Procura d'iniziare la Società dell'Immacolata Concezione, ma ne sarai soltanto promotore e non direttore; considera tal cosa come opera dei giovani".

In ogni opera salesiana un gruppo di ragazzi impegnati, denominato come crediamo più opportuno, ma fotocopia dell'antica 'Compagnia dell'Immacolata'! Non sarà questo il segreto che Don Bosco ci confida per far nuovamente germinare vocazioni salesiane e sacerdotali? È una certezza: la Congregazione salesiana è stata fondata e si è dilatata coinvolgendo giovani, che si lasciarono convincere dalla passione apostolica di Don Bosco e dal suo sogno di vita. Dobbiamo narrare ai giovani la storia degli inizi della Congregazione, della quale i giovani furono 'confondatori'.

La maggioranza (Rua, Cagliero, Bonetti, Durando, Marcellino, Bongiovanni, Francesia, Lazzero, Savio) furono compagni di Domenico Savio e membri della Compagnia dell'Immacolata; e dodici furono fedeli a Don Bosco fino alla morte. È auspicabile che questo fatto 'fondazionale' ci aiuti a coinvolgere sempre più i giovani di oggi nell'impegno apostolico per la salvezza di altri giovani

 

 

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