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3° domenica di Avvento - Lectio seconda lettura

del 14 dicembre 2018

La Terza domenica di Avvento è tutta sotto il segno della gioia. Era chiamata anticamente domenica in laetare, che in latino è l’imperativo che Paolo usa nella lettera ai Filippesi: Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre...

 

Domenica 15 dicembre 2018 
Terza settimana di Avvento

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,4-7)

Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! 
Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

 

Lectio

La Terza domenica di Avvento è tutta sotto il segno della gioia. Era chiamata anticamente domenica in laetare, che in latino è l’imperativo che Paolo usa nella lettera ai Filippesi: Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre. Tre considerazioni. La prima. Quando scrive alla comunità di Filippi, Paolo si trova a Efeso. È in carcere a causa del Vangelo, e avrebbe tutte le ragioni per essere triste e abbattuto. Invece, nelle lettera, ritorna l’invito alla gioia, come un ritornello. Un invito che compare la prima volta dopo che l’Apostolo ha accennato alla sua condizione di prigioniero: se anche dovessi dare la vita per la vostra fede – dice ai filippesi – io sarei contento e ne gioirei, “allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me”. Quando ordinariamente viviamo momenti difficili, ci buttiamo giù e ci sentiamo “incastrati”, “bloccati”, come “in gabbia”, messi in difficoltà da cose che non vanno come desideriamo o ci aspettiamo (a scuola, a lavoro, in famiglia, in amore). Basta poco per abbatterci. Sono piccoli desideri che vanno storti, alle volte obiettivi che falliamo, risultati che non arrivano, brutte figure o rifiuti che non sappiamo digerire. Paolo è in carcere: è il livello più basso di libertà di movimento e di successo. È una condizione brutta, di fallimento e di giudizio sulla sua persona, di umiliazione e di esclusione dal gioco. La cosa bella e davvero sconvolgente è questa situazione, che probabilmente noi vivremmo con estrema depressione e scoraggiamento, è per lui motivo di gioia, e di gioia profonda: il suo impegno per far crescere la fiducia nel Signore nel cuore dei suoi amici è il motivo per cui è stato ostacolato e bloccato e dice che per questo motivo Paolo è deciso a dare la vita, a morire, non solo a essere incarcerato e bloccato. Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per la fede dei propri amici, legarli a Dio come al punto di riferimento imparagonabile a cui riferirsi nel cammino di vita, è il segno più sincero dell’amicizia e la testimonianza di amicizia insuperabile su ciò per cui vale la pena vivere e morire. Se ti dessi meno di questo ti darei cose piccole e poco degne di una vera amicizia.

La seconda considerazione: ma è possibile rallegrarsi a comando? Perché comandare la gioia e l’amore? Se la gioia è il sentimento “spontaneo” di quando stiamo bene e le cose riescono bene, senza pesi né tristezze, come si può comandare di essere felici? Non si può comandare qualcosa che nasce da sola da dentro quando la vita va bene. È un controsenso pensare che vada a comando.

Ma è come quando Gesù ci comanda Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati, si può amare a comando? Se ci pensiamo bene invece la gioia e l’amore non possono non essere comandati. Il comando che Gesù dà di amarci è perché sa quanto sono fragili i nostri buoni propositi e quanto poco basta per avvilire il nostro impegno a voler bene. Basta così poco a indurre il nostro cuore su pensieri cattivi anche verso persone che conosciamo da tempo, o spingerci a trattare male anche le persone a cui vogliamo più bene. Quando ci alziamo con il piede o la luna storti facciamo così tanta fatica a sorridere e ringraziare, il nostro cuore è orgoglioso e duro e non è così difficile che faccia fatica a perdonare e riprendere a parlare e a ricucire con le persone dalle quali ha ricevuto dei torti, o quanto è difficile chiedere scusa quando facciamo del male con i nostri pensieri, parole opere, o ci chiudiamo quando vediamo il bene da fare e non lo facciamo. Il nostro povero cuore va sostenuto nei suoi teneri propositi d’amore. Non siamo così forti. Per questo Gesù e dietro di lui Paolo ci ordinano di amare, di essere lieti, per sostenerci e proteggerci dai nostri umori e dalle nostre renitenze.

La terza. La gioia si oppone non tanto al dolore, non subito ai molti motivi di sofferenza che pure la vita obiettivamente ci dà. Si oppone piuttosto a quella nota di malinconia, di noia, di stanchezza, quindi di inerzia, che facilmente appesantisce la nostra vita. Ciò che muove la nostra vita è il desiderio, la sensazione che alla nostra vita manchi qualcosa, manchi qualcuno di fondamentale. Leopardi ha detto in un modo insuperabile questa verità: che nella vita presente l’unica gioia possibile e vera è la gioia dell’attesa. L’attesa è la forma più ordinaria con cui sperimentiamo il nostro desiderio di vita. Finché coltiviamo e ci esercitiamo nell’attesa la nostra vita è meno ingorda, meno rapace, meno pretenziosa, meno invidiosa, meno follemente violenta e aggressiva, meno competitiva e cattiva. Il tempo di Avvento è tempo di attesa del Signore. Un tempo che ci rimette dentro questa necessità di imparare a vivere sapendo attendere e aspettare. Chi è animato da questa fiducia non dispera mai, non si lascia prendere dall’ansia né turbare dall’angoscia, ma espone al Signore ogni sua necessità nella preghiera (v. 6) e da questa unione con Dio ottiene come dono la pace. E Paolo indica anche come si comporta una comunità che intende vivere questo tipo particolare di gioia: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini (v. 5). La parola greca che traduciamo “affabilità” significa tutto un insieme di atteggiamenti che vanno dalla clemenza, alla capacità di saper cedere e di mostrarsi amabile, tollerante e accogliente. È un’esperienza che abbiamo fatto tutti: la persona che è nella gioia e nella gioia dell’attesa serena di qualcosa di bello, non sente il bisogno di offendere. È una persona buona, dolce con tutti, non è amara, non è puntigliosa, sa perdonare e sa chiedere perdono.

(Don Vincenzo Salerno)

 

Per la riflessione personale

  • Dare la vita per la fede dei propri amici… è così anche per me? Cosa sono disposto a dare di me perché i miei amici siano legati a Gesù?
  • Il comando della gioia: che cosa mi dona gioia? Cosa mi fa cadere più di frequente nello sconforto? Quali “stratagemmi” trovo per riagganciarmi alla fonte della gioia, anche se costa?
  • L’ unica gioia possibile e vera è la gioia dell’attesa: quali situazioni sto vivendo in cui ho deciso di aspettare, di non “mettere le mani sopra”?

 

Poesia di Thomas Merton
(da Poesie, Garzanti, Milano 1962 – traduzione di Romeo Lucchese)

 

Affascinate, cieli, con la vostra purezza queste notti d’inverno
e siate perfetti!
Volate più vive nel buio di fuoco, silenziose meteore,
e sparite.
Tu, luna, sii lenta a tramontare,
questa è la tua pienezza!

Le quattro bianche strade se ne vanno in silenzio
verso i quattro lati dell’universo stellato.
Il tempo cade, come manna, agli angoli della terra invernale.

Noi siamo diventati più umili delle rocce,
più attenti delle pazienti colline.

Affascinate con la vostra purezza queste notti di Avvento,
o sante sfere,
mentre le menti, docili come bestie,
stanno vicine, al riparo, nel dolce fieno,
e gli intelletti sono più tranquilli delle greggi che
pascolano alla luce delle stelle.

Oh, versate, cieli il vostro buio e la vostra luce sulle nostre
solenni vallate:
e tu, viaggia come la Vergine gentile
verso il maestoso tramonto dei pianeti,
o bianca luna piena, silente come Betlemme!

 

©Diego Cuzzolin

 

 

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